L’amica geniale (Quadrilogia), Elena Ferrante

 

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Sullo sfondo di una Napoli condensata dalla memoria, ora violenta, ora passionale, s’inerpica la scrittura visionaria di Elena Ferrante, scrittrice raffinata, tenacemente avvolta in un’aura di mistero.

Una storia lunga, quella di Lenù e Lila, un’amicizia radicata nell’infanzia di un rione squallido, cruento, pullulante di vita, ai margini di una città barocca, dove la sopravvivenza è questione di voce, chiasso espansivo, ferinità. L’intelligenza coltivata nello studio diventa il sacrificio della svolta, la fuga verso una realtà diversa, dove solo Lenù, l’amica geniale per Lila, può aggrapparsi. Lila, no, lei è un grumo cattivo di orgoglio, una brillantezza sfolgorante ed impetuosa, che tesse trame e vendette nella sua feroce, disillusa, scalata sociale.

La serie di quattro volumi (L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi va e di chi resta, Storia della bambina perduta) raccoglie il racconto di una sorellanza difficile, si aggroviglia fino a raggiungere l’età matura, scava oltre la superficie dell’ovvio, scardina luoghi comuni, s’immerge nell’istintualità contraddittoria, quanto volutamente irritante, dei personaggi. E questi, i Cerullo, i Greco, i Solara, la famiglia Sarratore, gli Airota, si affollano tra le smagliature del tempo con un loro fascino sanguigno o disciplinato, per poi diventare ombre decadute, pregne di dolore e rancore.

Matrimoni, convivenze, divorzi, figli, amori e disamori, si susseguono negli anni, sembrano uscire da un album dei ricordi, istantanee che dal nero e bianco si fanno variopinte, una coloritura pastosa che si attacca alle parole, a un dialetto puro, umorale e sfrontato. Intorno, come una cornice stridente agli amori desiderati e consumati, il passare del tempo, le ideologie che invecchiano, gli anni oscuri del terrorismo che s’infilano tra le faide sanguinose del rione. Il rione e Napoli che deborda fuori con la sua bellezza commovente. Ed è il richiamo di un legame che travolge le due donne, avvinghiate a una storia che le accomuna senza rimedio, l’essere silenziosamente necessarie l’una all’altra in un percorso di comprensione speculare, simbiotica, tanto che solo Lenù sa cosa si agita nella torva irrazionalità dell’amica e soltanto Lila sa cosa si macera nella mente di Lenù.

C’è lo stesso desiderio d’espressione, di essere donne diverse dalle donne della generazione che le precede, di cercare ansiosamente una loro autonomia, liberarsi con estrema difficoltà dalla seduzione maschile, da quella dipendenza, emozionale, materiale e culturale, che si è come incistata dentro di loro. Ma ci sono anche perdite inenarrabili, un’angoscia muta che strepita, svicola, e condizionerà le loro esistenze.

Una scrittura fluida, quella della Ferrante, un sapiente muoversi nei meccanismi narrativi, una capacità d’introspezione dei personaggi che ammalia e trattiene il lettore, lo avvince alla narrazione. E soprattutto, una capacità di sprofondare nelle pieghe del non detto, di portare alla superficie quelle trame sottili dell’Io, quel sondare dimensioni diverse, “smarginature” che brulicano in un pulviscolo di parole rarefatte, in bilico tra sogno e realtà. Tra il margine che s’incrina nel crudo spessore della vita e il suo diffondersi scaramantico nelle profondità oscure di una lingua che si fa gesto, visione e tormento.

Scritto da Dayla Venturi

Gennaio 2018

 

Foto  tratta dal web

 

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Gli anni, romanzo di Annie Ernaux

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Annie Ernaux

Nel romanzo Gli anni (L’orma editore, 2015), la scrittrice francese Annie Ernaux  narra gli eventi di una vita, riflessi e influenzati dai fatti storici e sociali, a partire dal dopo guerra fino a oggi. E lo fa con una scrittura fluente, piacevole da leggere, intimista, ma che non lusinga mai le aspettative del lettore a far parte parte delle sue confidenze.

Gli anni, sono quelli che passano attraverso l’obiettivo della macchina fotografica: foto  in sequenza che accompagnano il lettore  in uno spostamento quasi  Barthesiano verso il punto di attrazione, il dettaglio minimo sospeso sulla memoria come “una corda per il bucato alla quale è rimasta appesa una molletta”. Tra le pagine del romanzo fluisce  dunque la vita di una donna, le fasi più importanti di un percorso che la accomuna a tante altre donne, l’infanzia proletaria, l’innamoramento, il suo lavoro d’insegnante, la maternità, il divorzio, la menopausa, il cancro al seno: il confrontarsi con sé stessa nel tempo che passa, il mutare dei pensieri nel corpo che cambia o si ribella al cambiamento. Nessuna edulcorazione del ricordo, piuttosto una ricostruzione di fatti che s’incastrano al suo respiro, scorrono in profondità o solo sulla pelle.

La distanza dai tempi ovattati dell’infanzia riemerge nei racconti familiari durante il dopo pranzo festivo, “racconto famigliare e racconto sociale” che imprime sentimenti forti e solidarietà nella desolazione di un dopoguerra e che lascia al ricordo solo tracce di macerie spazzate via. Tempi altri che si sfumano nelle generazioni superstiti, strette in case di terra battuta, tra latrine che scolano sul fiume. Queste sono le radici annodate al bianco e nero delle foto, alle cose”prima della guerra”, oggetti e modi di pensare, in un tempo leggero, in cui le persone viaggiano a piedi o in bicicletta: “Il silenzio era il sottofondo delle cose e la bicicletta misurava la velocità della vita”. E loro, pallidi “bambini della guerra” si addentrano nella Ricostruzione, tra il Terital e le luci al neon. Sono immagini di giovinezza che un’altra foto ci restituisce, giorni da studentessa durante la guerra fredda, a ingrassare il divario culturale tra lei e la sua famiglia: le letture di Sartre, di Simone de Beauvoir. Un pomeriggio al cinema a vedere “L’anno scorso a Marienbad”.

La scrittura può rianimare il tempo, una recherche pulsante degli anni, di intimi turbamenti e di eventi storici che plasmano i pensieri, il cambiamento delle abitudini, l’affievolirsi delle emozioni del passato addomesticate dai tempi nuovi, dal “progresso e il mobilio comprato a rate”. Quel mutare dei comportamenti nella società francese che Annie Ernaux analizza con lucidità: un cedere senza rimorsi al benessere del superfluo nel ritmo ossessivo di jingle televisivi.

Una scrittura speculare al personaggio femminile che imbastisce l’ordito del romanzo, un sottile narrarsi della scrittrice attraverso lo sguardo dell’altra, in un’intelaiatura narrativa efficace, costruita da elenchi di cose, solitudini, ritagli di giornali sparsi sulla scrivania. E’ così che la Storia, nei frammenti di un Maggio arroventato, di guerre”intelligenti”, cadute di Muri ma non di pregiudizi, affianca la sua storia personale nel susseguirsi delle stagioni, di decennio in decennio. E sullo sfondo, altre foto, d’interni, di colori, abiti più moderni, spalle più ossute. Una resistenza fisica al tempo, un tempo che s’impiglia, quello investigato dalla scrittrice francese, nelle maglie dell’esistenza, in un’infinita sequenza di porte chiuse. “Sensazione palinsesto”, la chiama, nel disincanto di una storia che scorre tra immagini e memorie, finché , alla fine, si fonde con la scrittura stessa, si fa libro.

Scritto da Dayla Venturi

Foto dal tratta dal web

3 Dicembre

Antonia Pozzi 1

Antonia Pozzi

All’ultimo tumulto dei binari

hai la tua pace, dove la città

in un volo di ponti e di viali

si getta alla campagna

e chi passa non sa

di te come tu non sai

degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua

e gli occhi che noi richiudemmo

per sempre ora riaperti

stupiscono

che ancora per noi

tu muoia un poco ogni anno

in questo giorno.”

 3 Dicembre

poesia di Vittorio Sereni dedicata alla poetessa e amica, Antonia Pozzi

Vittorio Sereni1

Vittorio Sereni

Foto dal web

Acculturazione e acculturazione

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Pier Paolo Pasolini

Raccolto nel testo “Scritti corsari”, l’articolo, che Pasolini scrisse sul Corriere della sera nel dicembre del 1973 con il titolo “Sfida ai dirigenti della televisione”, svela con lucidità il degrado della società italiana. Il suo sguardo di intellettuale ci immerge nella storia con un distacco partecipato, pungente sul disgregarsi del corpo vitale, rozzo ma autosufficiente, di quelle periferie radicate ai margini delle città. L’abolizione delle distanze, materiali e virtuali, spoglia una fascia sociale di quei valori contadini perpetuati nel tempo e che in quel momento storico lasceranno un vuoto di ideali, subito riempito dai modelli proposti dalla società dei consumi. Le culture originali sono piegate all’omologazione, veicolate dai medium, la televisione, “autoritaria e repressiva”, in un adeguamento ai modelli “voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo.”

Pasolini volle proporre un modo diverso di fare cultura e poesia, la parola per lui si caricava di significati e contenuti che andavano oltre la liricità, scavò nel fondo torbido della storia di un paese per mostrarne, alla fine, una consunta irredimibilità.

La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.(…)”

P.P.Pasolini (5 marzo 1922 –  2 novembre 1975), Versi del testamento

Pubblicato da Dayla Venturi

L’OuLiPo e il meccanismo potenziale della letteratura

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Il “Piccolo Sillabario Illustrato” di Italo Calvino è un curioso testo “oulipiano” (come del resto, con i suoi dieci incipit e una struttura geometrica che lega tra loro gli eventi di ogni capitolo,  è oulipiano anche il suo romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore“) che si ispira a “Petit abécédaire illustré» di Georges Perec.

In questo testo, che uscì nel 1977  sul primo numero de “Il Caffè”, Calvino sfida, con 19 esercizi, le difficoltà della lingua italiana scrivendo testi brevissimi che rispettano regole ben precise (quali la successione di ogni consonante e delle cinque vocali : BA-BE-BI-BO-BU, CA-CE-CI-CO-CU ecc… così Ulrica, per es., decisa a conquistare Bob, lo segue in crociera, finché ci riesce e, giunta a Bab-el Mandeblo, scrive telegraficamente all’amica: “Bab. Ebbi Bob. U.”).

Il testo risente del contatto che Calvino ebbe con l’OuLiPolaboratorio di letteratura potenziale, fondato nel 1960 da Raymond Queneau, scrittore, matematico e ‘patafisico.

Italo Calvino

Italo Calvino

L’aspetto affascinante degli intenti del gruppo che si formerà intorno all’OuLiPo, è dato dall’addentrarsi nella struttura del linguaggio, il fare una scrittura che sia soggetta a costrizioni (Contraintes) lessicali, grammaticali, strutturali  come l’ “acrostico”, il “lipogramma”, il “palindromo”, l’ “olorima. Un esercizio di smontaggio e rimontaggio delle parole che conduce, proprio attraverso la costrizione a seguire determinate regole, al potenziamento della creatività, un impegno di energie per trovare significati altri delle parole, nuove strategie e artifici narrativi.

Gli scrittori, che nel tempo hanno aderito a questo gruppo, applicano sistemi matematici e combinatori al linguaggio, e hanno sentito la necessità di dare un’intelaiatura, una cornice, disciplinata da regole e sommersa nel testo, alla scrittura. Un lavorare, il loro, ludicamente sui codici linguistici fino a sorprendere il lettore.

Il testo più conosciuto legato all’OuLiPo è sicuramente “Exercises de Style” (1947) di Queneau (anche se in realtà  mi vengono in mente “Zazie dans le métro” o “Les fleurs bleues“), un’interessante e giocosa esplorazione del linguaggio che produce 99 variazioni in stili diversi di un banale episodio di vita quotidiana,

Raymond Queneau

Raymond Queneau

Ma ci sono altri testi poco conosciuti da considerare tra cui “La belle Hortense” (1985) di Jacques Roubaud, dove lo scrittore sfida la struttura lineare del romanzo (tanto che l’autore, i personaggi, il narratore e il lettore sono tutti insieme protagonisti del romanzo), attinge a Fibonacci, alla Sezione Aurea e dà al testo una struttura che si basa sulla permutazione della sestina (sei capitoli, divisi in sei parti ciascuna)

Jacques Roubaud.

Jacques Roubaud

E soprattutto “La vie mode d’emploi” (1978) di Georges Perec, un romanzo strutturato come una scatola contenente una moltitudine di romanzi (che Calvino, nelle sue “Lezioni americane“, considera un esempio di iperromanzo), palazzo-scacchiera dove le categorie presentate (citazioni letterarie, date storiche, mobili, oggetti, stili…) si combinano in base a procedimenti matematici che fanno di Perec un collezionista di parole e memorie.

George Perec, sguardo irriverente sul mondo, così ebbe modo di definire “La vie mode d’emploi“, opera aperta alle interpretazioni del lettore, in una intervista nel dicembre 1978 su Antenne 2:

Georges Perec.

Georges Perec

“J’essaie d’envisager ce livre comme un jeu entre le lecteur et moi. C’est-à-dire, je pense que ce qui est extrêmement important, c’est de laisser aux lecteurs la liberté dans un livre. Que le livre soit quelque chose d’ouvert et pas de fermé, pas de fermé autour d’un thème ou d’une idée ou de grands mots ou d’un grand axe mais que il puisse à l’intérieur du livre, respirer. Et être disons… être bien, il peut jouer avec. C’est-à-dire que l’image du puzzle, pour moi, est une image fondamentale pour expliquer la construction de ce livre. En même temps, c’est pour moi, le désir de laisser un certain nombre d’événements, un certain nombre de biographies, d’histoires de gens, en suspens. Inviter le lecteur à ouvrir après avoir lu le livre, l’ouvrir au hasard, se servir de l’index comme une règle du jeu et reconstituer les histoires …” G. Perec

Scritto da Dayla Venturi

Alfred Hitchcock e la scena del bicchiere di latte: una riscrittura

Il sospetto

Il Sospetto 1941

La luce della lampadina è un vuoto di buio nel rettangolo della porta. Giusto un flash subito appassito nel silenzio, tra chiaroscuri a ragnatela, giù dal lucernario. Lui adora questa penombra senza elettricità che invade il salone, scivola sulle sue mani, si adagia sulla sua faccia come una maschera oscura.

Le ha preparato qualcosa da bere nella cucina, ha fatto anche un po’ di rumore, ma lieve, un tintinnio di stoviglie nel girare il cucchiaino. E l’acciaio del vassoio, che lei crede sia ancora quello d’argento,  resta freddo tra le dita, ora che lui si muove disinvolto nella griglia d’ombre della scala. Potrebbe  salire a occhi chiusi, cedendo eleganza a ogni gradino, quasi ne avesse in esubero e non la volesse trattenere. Forse qualcosa trattiene, quasi impercettibile, un segreto, uno di quei segreti che lasciano brusii tra i pensieri.

Sale ancora. La notte è fonda. E sul vassoio il latte si aggrappa, spettrale, al bicchiere.

suspicion.

Suspicion (1941)

Lei ingoia saliva acida e sfoggia un pallore di raso tra i cuscini. Un’attesa misurata anche quando, i passi più vicini, lui si fa spazio nella camera e l’assillo diventa Grand’Goule infilzato nei pensieri, extrasistole sotto il négligè.
“L’avrà messo nel fondo del bicchiere, lì dove il bianco sembra più insidioso? E non lascerà tracce, niente di niente?”, si chiede in una traiettoria di sguardi, catastrofi, e liquidi fatali. Frammenti di gesti disattesi e frottole che lei ha incollato pazientemente per costruire il suo mostro personale.

Eppure, lui la cerca con labbra da buonanotte, indugia più del necessario, “Potessi credere alle sue parole, perdonare la sua frivolezza per chiudermi nel suo collo e fare ancora la mogliettina affettuosa”, pensa, ma il dubbio alleva tarli giganteschi, scava crateri sotterranei, caverne senza fine. Così lei tace, un riserbo docile, quasi una via di fuga. Adesso che lui si congeda e lei lo guarda, gli occhi grandi e senza sonno.

Guarda ancora. La notte è lunga. E sul vassoio il latte irrancidisce, quieto, nel bicchiere.

Scritto da Dayla Venturi

Alfred Hitchcock

Il racconto è una libera riscrittura della scena del bicchiere di latte nel film “Il sospetto” (Suspicion, 1941), di Alfred  Hitchcock, dove il regista rende luminescente il latte contenuto nel bicchiere, introducendovi una lampadina. Questo  espediente geniale riesce a calamitare l’attenzione degli spettatori, rendendo la scena emotivamente carica di inquietudine. Il regista usa il latte per creare tensione anche nel film “Io ti salverò” (Spellbound, 1945).

Il certo e l’incerto, un romanzo di Clara Spada

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Nel romanzo di Clara Spada, “Il certo e l’incerto” (Logus Editore, 2013), il tempo di una vita si dipana dall’interno di stanze sconosciute, claustrofobiche, dove la proiezione dell’Io attraversa le increspature della superficie certa del proprio esistere e si lascia sprofondare e tormentare nell’incertezza limacciosa dell’inconscio, come verso il fondo di acque torbide e lacustri.

La voce narrante è sulla spalla del protagonista, Stefano, un uomo di successo che si trova imbrigliato nei cerchi concentrici di impulsi ed emozioni incontrollabili, ne sfiora i pensieri, le associazioni, le memorie. Ci fa ascoltare il flusso del rimuginare interiore, la fragilità, l’inquietudine sfarzosa che porta Stefano a rivisitare l’intensità delle relazioni amorose con le donne del suo passato.

Un romanzo ben costruito, una solida architettura narrativa, Clara Spada sa trascinare il lettore nel ritmo della scrittura, tenendolo sospeso e “ignaro”. Uno scavo psicologico forte che caratterizza il personaggio e le sue nevrosi.

Redatto da Dayla Venturi

Clara Spada è nata a Sassari, vive fra Roma e Cagliari. Ha  conseguito il Magistero in Teologia summa cum laude. Ha scritto e scrive su quotidiani e riviste, ha collaborato con RAI2 e radio private. Ha pubblicato i
primi due libri con la Mursia, il primo tradotto e pubblicato in Francia. Con il Maestrale ha pubblicato il giallo “La Chiave del Vaticano” (2009) e ” Un Leone nel Cuore” (2011).